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Metodo degli Elementi Finiti: Modellazione ·
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INTRODUZIONE ·
FUNZIONI DI FORMA DI
ELEMENTI MONODIMENSIONALI ·
FUNZIONI DI FORMA DI
ELEMENTI BIDIMENSIONALI ·
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INTRODUZIONE
La
discretizzazione del dominio porta quindi alla generazione di nodi e di
elementi finiti. I nodi, nelle applicazioni del metodo FEM, sono
entità molto importanti in quanto la soluzione dell’intera struttura viene riferita
ad essi: per estendere i valori del campo delle incognite su tutto il corpo
vengono utilizzate delle funzioni che con la desiderata approssimazione
riportano i valori nodali in ogni sottodominio. Gli elementi finiti sono delle entità geometriche più o
meno regolari caratterizzate da un determinato numero di nodi variabile a
seconda del tipo di elemento. Tali nodi posso coincidere con i vertici degli
elementi, ma in alcuni casi, ce ne possono essere alcuni disposti lungo i
lati degli elementi stessi o addirittura all’interno. Un elemento
quadrangolare, ad esempio, può avere un numero di nodi variabile da quattro
(uno per ogni vertice) a nove (quattro ai vertici, quattro nei punti medi dei
lati ed uno centrale). È evidente che all’aumentare del numero di nodi
aumenta il grado del polinomio utilizzato per interpolazione dei dati ai nodi
e, quindi, aumenta anche la qualità dell’approssimazione. La
scelta delle cosiddette funzioni di forma, che sono generalmente
polinomiali (o comunque a comportamento noto) è un altro punto fondamentale
che permette di ottenere una soluzione del modello FEM più o meno vicina alla
realtà che si vuole simulare. Al fine di rappresentare correttamente il valore ai nodi, le funzioni di forma devono assumere valori unitari nel nodo considerato e valori nulli sul resto dei nodi. Il
campo delle incognite per un problema di tipo tridimensionale può essere
rappresentato mediante la seguente relazione generale:
Cioè
a dire che il campo delle incognite è una funzione delle tre coordinate x, y,
e z. Al fine di sfruttare il principio di approssimazione già introdotto
precedentemente, si dovrà scegliere un insieme di punti in cui specificare
esattamente le incognite (u*i), mentre l’andamento della funzione
è legato esclusivamente al comportamento delle funzioni di approssimazione Ni
dell’elemento dette funzioni di forma:
Quindi
solo le funzioni Ni dipendono dalla posizione. FUNZIONI
DI FORMA DI ELEMENTI MONODIMENSIONALI
L’esempio
più semplice di funzione di forma è l’elemento finito lineare a due nodi dove
le funzioni di forma sono di tipo lineare (vedi Figura 1):
Figura 1 Per
un elemento lineare è possibile utilizzare anche funzioni di forma a grado
più elevato, oppure le funzioni lagrangiane definite dalle seguenti formule:
e
rappresentate graficamente nella Figura 2.
Figura 2 È
facile notare come le funzioni mostrate qui sopra assumono valore unitario
nel nodo di appartenenza e nullo nel resto dei nodi. FUNZIONI
DI FORMA DI ELEMENTI BIDIMENSIONALI
Le
applicazioni che utilizzano elementi bidimensionali sono molto ampie
(assialsimmetriche, stati piani di tensione e deformazione, ecc.). Secondo
una formulazione isoparametrica degli elementi finiti, per l’esecuzione delle
operazioni di integrazione al fine di valutare le varie matrici (di
rigidezza, di massa, ecc.) utili all’assemblaggio, si ricorre ad una
trasformazione di coordinate dalle generali (x1,x2) a
quelli locali (x,h), per le quali il generico quadrilatero
viene trasformato in un quadrato di lato 2 centrato nell’origine (Figura 3):
Figura 3 Per
questa tipologia di elemento finito esistono vari gradi di approssimazione; per
un elemento a quattro nodi si utilizzano delle funzioni bi-lineari che nello
spazio di riferimento assumono le seguenti forme:
La
trasformazione in coordinate locali risulta essere molto comoda in fase di
integrazione sopra la superficie dell’elemento. I solutori ad elementi finiti
hanno sviluppato una potente sistematicità e velocità che permette di
calcolare gli integrali di tutti gli elementi dell’assemblaggio. Come tutte
le trasformazioni di coordinate in fase di integrazione in più di una
dimensione richiede il calcolo del determinate Jacobiano J della
trasformazione. Tale calcolo risulta però particolarmente difficile da trattare
dal punto di vista numerico quando la geometria dell’elemento originario
presenta distorsioni notevoli come rapporti tra i lati molto grandi o angoli
ai vertici tendenti o maggiori dell’angolo piatto (180°). In tali casi il
determinante può risultare nullo o addirittura negativo, innescando una serie
di problemi legati all’inversione della matrice della trasformazione. Le
relazioni della trasformazione di coordinate sono espresse simbolicamente
dalle seguenti:
Si
noti come la trasformazione (x,y) « (x,h) viene fatta sotto l’ipotesi di
considerare un elemento isoparametrico. Altri tipi di funzioni di forma sono
mostrati in Figura 4:
Figura 4 |
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