|
Aerospaziale Biomedica Geotecnica Idraulica Materiali Meccanica Navale
Nucleare Sismica Trasporti Vento |
||||||
|
Home Articoli Ricerca
Rubriche
Collaborazione Business
Info
Contatti ·
·
Metodo degli Elementi Finiti: Modellazione ·
· INTRODUZIONE ALLA
MODELLAZIONE FEM ·
·
INTRODUZIONE ·
Idea
di base dell’approssimazione ·
DISCRETIZZAZIONE DEL
DOMINIO DI INTEGRAZIONE ·
·
·
·
·
· ·
INTRODUZIONE
Il
Metodo degli Elementi Finiti (FEM) nasce in sordina negli anni 60, ma
successivamente allo sviluppo degli strumenti informatici, ha una evoluzione
ed uno sviluppo esponenziali, suscitando notevole interesse per il vasto
numero di campi cui è possibile applicare i suoi principi. L’uso del FEM si
afferma come uno dei migliori strumenti per l’indagine quei sistemi
complessi, per i quali indagini e sperimentazioni in laboratorio
comporterebbero spese eccessive, difficoltà logistiche e difficoltà legate
alla misurazione fisica delle varie grandezze. Se
i primi approcci automatici per la soluzione delle equazioni differenziali
che governano i fenomeni fisici, si affermano con le differenze finite, il
FEM evolve le possibilità di soluzione dando una possibilità di applicazione
che non ha eguali, grazie alla sua inoppugnabile flessibilità. La
generalità del metodo, inizialmente sviluppato dagli ingegneri e
successivamente dimostrata anche dai matematici, ha permesso moltissimi studi
ed applicazioni, aprendo la strada a nuovi filoni di ricerca che attualmente
affrontano problematiche di notevole interesse di natura teorica e pratica. Idea di base dell’approssimazione
L’idea
base dell’approssimazione usata nel metodo agli elementi finiti è quella di
approssimare il vero andamento della funzione incognita con quello di alcune
funzioni particolari ad andamento noto: generalmente polinomiali, ma anche
trigonometriche ed esponenziali. Vengono presi in considerazione un numero
limitato di punti (chiamati anche nodi) interni al dominio di
integrazione, per i quali i valori della funzione approssimata risulteranno
identici a quelli della funzione approssimante. A
supporto di tale affermazione citiamo il teorema di Weierstrass per il quale
se una funzione f è continua nell’intervallo [a,b] fissato un arbitrario e > 0, esiste un polinomio P(x) tale che:
Cioè
ogni funzione continua può essere sufficientemente approssimata da un polinomio
di grado sufficientemente elevato È
evidente come l’approssimazione lineare, che risulta essere quella più
semplice, è anche quella peggiore nella qualità dell’approssimazione stessa.
In accordo con il teorema di Weierstrass, infatti, l’ordine del polinomio
utilizzato nell’approssimare la soluzione reale, infatti, influisce sulla
precisione con cui si potranno valutare la soluzione delle equazioni
differenziali: più è elevato il grado, migliore sarà l’approssimazione.
Figura 1 In
Figura 1 è mostrato chiaramente il principio di base utilizzato nel metodo
FEM: una volta suddiviso il dominio di integrazione in intervalli (che
possono essere anche non regolari), si procede ad approssimare la funzione
incognita con delle funzioni ad andamento noto, scegliendo, come incognite
del problema trattato, i soli valori ai nodi (hj). Dalla soluzione
delle equazioni algebriche si otterranno i valori nodali del campo
approssimato; quelli interni agli intervalli vengono valutati in base alle
funzioni di approssimazione utilizzate. Precisione dell’approssimazione
È
necessario sottolineare come la precisione dell’approssimazione dipenda,
oltre che dal grado del polinomio utilizzato, anche dalla dimensione
dell’intervallo di suddivisione: mantenendo, ad esempio, un polinomio
lineare, l’errore si riduce nella misura in cui vengono ravvicinati i nodi e
quindi di quanto vengono ridotti gli intervalli. Risulta
evidente a questo punto come nel caso di presenza di forti gradienti (pendenze)
della funzione da approssimare, risulti necessario infittire i nodi solo in
tale zona piuttosto che in tutto il dominio della stessa. Tale potente
flessibilità è uno dei maggiori vantaggi del FEM rispetto al FDM. Perché “Elementi Finiti” ?
Il
termine elementi finiti fu utilizzato in un articolo di Clough del
1960 dove il metodo fu presentato per la soluzione di uno stato piano di
tensione. Il termine deriva dal fatto che il dominio di integrazione viene
suddiviso in un determinato numero di sotto-domini (vedi Figura 2),
all’interno dei quali le equazioni differenziali che governano il problema
vengono risolte in maniera approssimata nel senso espresso sopra.
Figura 2 DISCRETIZZAZIONE
DEL DOMINIO DI INTEGRAZIONE
Uno
dei passi più importanti dell’analisi strutturale è l’idealizzazione
della struttura che permette di passare dal modello fisico a quello numerico.
Tale passaggio comporta la riduzione del numero di gradi di libertà che nel
mezzo continuo sono infiniti, mentre, considerando solo alcuni punti (nodi)
della struttura, sono in numero, per l’appunto, finito. Si
parla allora di discretizzazione della struttura come quell’operazione
che permette di passare dalla struttura reale e quella idealizzata /
approssimata / discretizzata per la quale è possibile applicare il metodo
degli elementi finiti al fine di ottenere una soluzione ingegneristica del
problema. Sapendo
inoltre che la soluzione mediante l’utilizzo di metodi numerici avviene per
mezzo di calcolatori elettronici, l’idea della discretizzazione è legata al
limite fisico che tali macchine possiedono a livello di immagazzinamento di
dati (memoria). Nonostante l’evoluzione della tecnologia degli elaboratori
abbia permesso di risolvere oggi dei problemi che qualche decennio fa erano
ingestibili per la grossa mole di spazio fisico necessario per memorizzare
dati di input e dati di output, la realizzazione del modello numerico risulta
essere tuttora un problema non ancora risolto in via definitiva. La
modellazione della struttura costituisce quindi uno dei passi più importanti
dell’analisi strutturale, in quanto in questa fase vengono infatti formulate
diverse ipotesi che permetteranno la semplificazione del modello reale: i risultati
saranno influenzati da queste assunzioni, che comunque, una volta note,
permetteranno una corretta interpretazione dei valori numerici. Una
breve introduzione alle molle
Prima
di passare alla vera e propria discretizzazione delle strutture, una nota
sulle molle a comportamento elastico lineare è d’obbligo: esse infatti
rappresentano uno dei più importanti punti di riferimento per la comprensione
del comportamento di una struttura anche complessa. Dall’impostazione
classica dello studio delle strutture è usuale, infatti, schematizzare i
corpi con un insieme di molle. Tali molle possono essere di tipo
traslazionale o rotazionale a seconda che debbano rappresentare gradi di
libertà legati a spostamenti o rotazioni. La
sollecitazione di sforzo assiale, ad esempio, può essere rappresentata
mediante una molla traslazionale (vedi Figura 3).
Figura 3 La
sollecitazione a momento flettente trova invece la sua più semplice rappresentazione
in una molla rotazionale (vedi Figura 4), il cui valore di momento sviluppato
è pari al prodotto della rigidezza e della variazione di apertura angolare
(M=kjj). Alcuni
principi e regole di base sono importanti al fine di un corretta comprensione
di una struttura e la sua possibile evoluzione a seguito dell’applicazioni
dei carichi.
Figura 4 Consideriamo
ora una semplice molla traslazionale a comportamento lineare:
dove
k è la rigidezza della molla, Dl è l’allungamento della
molla rispetto alla posizione di partenza (cioè in condizione scarica) e F è
la forza che è necessario applicare alla molla per deformarla di Dl
o, viceversa, la reazione che il vincolo della molla deve esplicare a seguito
di un allungamento pari a Dl. L’importanza
dell’argomento molle è presto dimostrata: si parla infatti di rigidezza di
una struttura e di matrice di rigidezza, intendendo quella funzione
di trasferimento del sistema dall’insieme delle forze applicate a quello
degli spostamenti indotti. Per un sistema non più governato da un’unica
molla, e quindi non più da un solo grado di libertà, ma da un insieme di
molle, che rappresentano i vari gradi di libertà che possiede un corpo, la
relazione diventa la seguente:
dove
K è l’operatore lineare detto anche matrice di rigidezza, U è,
nello spazio vettoriale di arrivo, il vettore delle incognite e f è,
nello spazio vettoriale di partenza, il vettore dei termini noti. È degno di
nota vedere inoltre come la scrittura formale dei problemi descritti in (2) e
(3) si presenti molto simile, potendo quindi attribuire a k e a K un
significato analogo, facilitando in tale maniera il comportamento globale di
una struttura. |
||||||
|
ingegneriastrutturale.net -
Tutti i Diritti Riservati |