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Nuovo Metodo di Integrazione Numerica dell'Ing. Lamberto
Bertoli ·
· LA NUOVA INTEGRAZIONE
NUMERICA PER GLI ELEMENTI FINITI ·
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Gli elementi finiti e la loro integrazione ·
LA NUOVA QUADRATURA DIRETTA ·
L’integrazione di funzioni di 2 variabili
reali ·
L’integrazione delle funzioni di 3 variabili
reali ·
Conclusioni ·
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I fondamenti scientifici del metodo proposto dall’Ing. Lamberto
Bertoli, i cui contenuti fondamentali sono discussi in questo articolo, sono
stati presentati dai docenti Carmelo Majorana, Stefano Odorizzi e Renato Vitaliani
dell’Università di Padova al “Fourth seminar about method and variational
methods” tenutosi a Plzen (Praga) tra il 12 e il 15 maggio 1981. Successivamente la trattazione fu pubblicata in versione ridotta sulla
rivista “Advanced in Engineering Software” (C. Majorana, S. Odorizzi, R.
Vitaliani, “Shortened quadrature rules for finite elements”, Advanced
in Engineering Software, 1982, Vol. 4, N.2) e, come selected paper, nel
volume “Software in Engineering Problems”. Le soluzioni del problema dell’integrazione numerica, a partire dai casi
più semplici, oggetto della tesi di laurea, fino ai più sofisticati, che sono
stati affrontati nelle ricerche degli ultimi anni, sono state pubblicate dall’Ing.
Bertoli nel testo: “Quadratura diretta
degli integrali multipli”, 2006, Ed. Libreria Internazionale Cortina, Padova. Gli elementi finiti e la loro integrazione Il
metodo degli elementi finiti pone il suo fondamento nel principio di minima
energia che Jacques Bernoulli (1654-1705) intuì alla fine del ‘600
riflettendo sulla forma assunta da una fune inestensibile tesa alle sue
estremità. Egli comprese che il baricentro del sistema in equilibrio doveva
necessariamente situarsi alla minima altezza rispetto a qualunque altra
configurazione congruente coi vincoli ai suoi estremi. Da
questo assunto, il grande studioso concluse pertanto che l’equilibrio della
catena impone la sua minima energia potenziale rispetto a qualunque forma
assumibile dalla medesima. Nel caso di una fune estensibile, oltre
all’energia potenziale è presente l’energia elastica di deformazione, per cui
la complessiva è ottenuta aggiungendo quest’ultima all’energia potenziale
gravitazionale. Joseph Louis Lagrange, ritenuto il più grande matematico
della seconda metà del XVIII secolo, comprese le potenzialità di questo
principio, e sviluppò il calcolo variazionale già anticipato dalle ricerche
pionieristiche di Bernoulli. L’energia di una fune sospesa dipende infatti
dalla sua configurazione e quando raggiunge un minimo, ne consegue che per
ogni cambiamento infinitesimo della sua curvatura, la variazione di energia
deve essere nulla. La forma assunta dalla fune in equilibrio deve quindi
necessariamente soddisfare la condizione che per qualunque spostamento
virtuale dei suoi punti, l’energia deve rimanere costante. Il principio dei
lavori virtuali che viene così frequentemente utilizzato nella Scienza delle
Costruzioni, si fonda proprio sul principio di minima energia, e ne
rappresenta una delle più importanti applicazioni. Molti
fisici matematici dopo le fruttuose ricerche
di Lagrange proseguirono gli studi sul calcolo variazionale, la cui
diffusione si è estesa dopo la nascita degli elaboratori elettronici. Il
metodo degli elementi finiti si fonda su questo tipo di calcolo e deve il suo
crescente interesse alla sua generalità, in quanto è in grado di affrontare
anche i problemi in cui si rende improponibile il calcolo analitico, che al
contrario deve limitarsi allo studio di un numero limitato di situazioni
idealizzate. Sostituendo
ad un sistema continuo un insieme di elementi di dimensioni finite, il
principio di minima energia mantiene la sua validità assicurando che la
configurazione assunta da questo modello in condizioni di equilibrio
riprodurrà la condizione di energia costante per qualunque spostamento
virtuale. Attribuendo a ciascun elemento un numero limitato di gradi di
libertà determinato da punti collocati sui suoi bordi, è possibile
determinarne l’energia di deformazione sulla base degli spostamenti assunti
da ciascuno dei suoi punti campione collimanti con quelli degli elementi
contigui. La funzione che esprime lo spostamento di ogni singolo punto
dell’elemento una volta noto quello del punto di riferimento, sarà costituita
da polinomi in grado di annullarsi in tutti gli altri punti base e dalla
derivazione di queste funzioni è possibile calcolare la deformazione assunta
dal materiale in tutto l’elemento. Da quest’ultima si risale all’energia
attraverso il modulo di elasticità del materiale, ed integrando su tutto
l’elemento si può infine determinare la matrice di rigidezza relativamente a
ciascun grado di libertà stabilito per ogni punto campione. Il
problema principale del metodo degli elementi finiti è proprio il calcolo di
questa matrice ottenuta con l’integrazione numerica estesa a tutto
l’intervallo delle tensioni e delle deformazioni indotte dagli spostamenti
unitari di ciascuno dei suoi gradi di libertà. Questa computazione è infatti
così impegnativa da assorbire normalmente oltre la metà del tempo di calcolo
di un programma strutturale. La
procedura comunemente usata si basa sulla quadratura di Gauss, che
rappresenta la più rapida integrazione teoricamente possibile per funzioni di
una sola variabile reale. Tale metodo fu studiato dal suo autore unicamente per
funzioni di un’unica variabile, perché a quel tempo non era ancora di
attualità la loro quadratura in un insieme a più dimensioni. Gli
elementi finiti invece richiedono normalmente l’integrazione di funzioni di
2, 3 e 4 variabili, per cui la tecnica di Gauss ha dovuto essere
generalizzata ricorrendo a quegli stessi polinomi di Legendre su cui si basa
la quadratura del grande matematico. Questo
metodo tuttavia non affronta in modo diretto l’integrazione di funzioni
dipendenti da più grandezze, e quindi richiede un numero di punti crescente
esponenzialmente col numero di variabili in gioco. Per questo motivo
l’integrazione di Gauss-Legendre utilizza un numero di punti antieconomico
rispetto a quello rigorosamente necessario, producendo così un aumento del tempo
di calcolo, soprattutto negli elementi a 3 dimensioni e in quelli in cui è
presente la dimensione temporale. LA NUOVA QUADRATURA
DIRETTA I
notevoli tempi di calcolo di programmi sempre più sofisticati, hanno imposto
la necessità di affrontare in modo diretto l’integrazione di funzioni
definite negli elementi normalizzati di forma quadrata nel caso di 2
variabili e di forma cubica negli elementi a 3 dimensioni. Tale
quadratura è stata affrontata dallo scrivente per la prima volta nel 1977
nella sua tesi di laurea integrando polinomi fino al 7° grado per funzioni di
2, 3 e 4 variabili, e in seguito ampliata estendendone la ricerca a polinomi
di grado superiore. Il nuovo metodo consente di ottenere un risparmio di
tempo, a parità di precisione, del 25% per funzioni definite nel piano, del
50% per polinomi in 3 dimensioni, e del 77% per la quadratura di polinomi in
4 variabili. L’integrazione di
funzioni di 2 variabili reali Essa
è stata ottenuta a partire dall’espansione di Taylor delle funzioni di due
variabili contenenti, oltre ai termini del tipo xn e ym, anche le componenti miste
del tipo xpyq. Tale sommatoria comprende la presenza di
monomi antimetrici rispetto alla variabile x, del tipo x2n+1, e
alla variabile y della forma y2m+1, i cui effetti si compensano
nell’elemento normalizzato di forma quadrata collocando l’origine degli assi
nel suo centro, gli assi coordinati paralleli ai lati del dominio, e
disponendo i punti campione in modo simmetrico rispetto ai due assi. Anche i
termini antimetrici x2n+1 y2m e x2p y2q+1
vengono annullati perché assumono valori opposti nei semipiani simmetrici
rispetto agli assi coordinati. Di
conseguenza tutte le componenti dispari dell’espansione di Taylor vengono
eliminate nei calcoli collocando i punti campione in posizioni simmetriche
rispetto agli assi coordinati, in quanto ogni valore positivo calcolato nel
punto base di un quadrante viene compensato da un uguale valore negativo
dovuto al suo simmetrico situato o nel semipiano opposto, o nel quadrante antimetrico.
Per esempio, il termine x3 y2 produce valori positivi
nel semipiano positivo delle x, ma altrettanti valori opposti nel semipiano
negativo. Invece il termine x3 y3 produce valori uguali
nel I e III quadrante che vengono eliminati dai risultati opposti ottenuti
nel II e IV quadrante. Solo
i termini pari del tipo x2m y2n producono valori
identici in ogni quadrante, e perciò è sufficiente considerarne gli effetti
indotti limitandoci al I quadrante individuato dai valori positivi delle
ascisse e delle ordinate. I
punti campione su cui va calcolato il valore della funzione sono in grado di
risolvere identicamente sia i termini x2m y2n che le
componenti x2n y2m, a condizione che essi siano
disposti simmetricamente rispetto alla bisettrice del I e III quadrante,
collocazione che riduce il numero di incognite e di equazioni risolutrici
nelle quadrature di grado più elevato. Si
deve precisare tuttavia che la quadratura rapida dei polinomi di grado uguale
o inferiore al quarto è stata possibile rinunciando alla simmetria rispetto
alla bisettrice, perché solo in questo modo è stato limitato al minimo
teorico il numero di punti campione. Questa circostanza ha tuttavia
comportato un incremento delle difficoltà di calcolo, dovendo considerare un
maggior numero di termini dell’espansione di Taylor al fine di una
risoluzione corretta del problema. Dal
grado 6° in poi, la quadratura diretta è stata invece risolta unicamente con
una disposizione simmetrica dei punti sia rispetto agli assi coordinati, sia
rispetto alle loro bisettrici, rendendo così possibile l’eliminazione dei
termini x2m y2n una volta risolta l’integrazione dei
termini x2n y2m. Con
queste premesse, la quadratura di un qualunque polinomio di grado uguale o
inferiore ad un numero prestabilito, richiede che i punti campione siano
scelti in modo da integrare esattamente i termini x2n, y2m e
le componenti miste x2py2q fino al
raggiungimento di un grado uguale a quello fissato a priori. Infatti, se i
punti campione, di cui non si conosce ancora la posizione e i relativi
coefficienti di peso, sono in grado di integrare esattamente i singoli monomi
di grado pari dell’espansione di Taylor, allora saranno in grado di integrare
qualsiasi combinazione lineare di questi ultimi, risolvendo così la
quadratura di un qualunque polinomio di grado uguale, ma anche inferiore, a
quello prestabilito. Ogni polinomio è infatti per definizione una somma di
monomi, per cui è possibile generarne uno qualsiasi attribuendo ai
coefficienti dei singoli termini i valori da noi scelti. La quadratura di un
qualsiasi polinomio è quindi possibile se i punti campione vengono collocati
in posizioni tali da essere in grado di integrare ciascuno dei suoi
componenti di grado pari. Ognuno
dei termini indipendenti del polinomio produce un’equazione non lineare in
cui al primo membro si calcola la sommatoria, estesa a tutti i punti, dei
prodotti del valori assunti dal monomio integrando in ogni punto,
moltiplicati per il proprio coefficiente di peso. Per esempio, il termine x2
y6 dovrà essere calcolato in ciascuno dei punti base incogniti, e
tali valori xi2 yi6 saranno
moltiplicati per i coefficienti di peso Hi relativi ai medesimi
punti e ancora incogniti. Al
secondo membro si colloca il valore assunto dall’integrale del monomio x2
y6 nell’intervallo delle x e delle y compreso fra zero e uno. Tale
valore nel caso del monomio x2 y6 è pari a 1/21 ed è
sempre un valore frazionario per qualsiasi termine considerato. Estendendo
l’integrazione a tutte le componenti di grado pari, con l’esclusione di
quelle simmetriche rispetto alla bisettrice del I quadrante, si ottiene con
questa procedura un sistema di equazioni non lineari in cui le incognite sono
rappresentate dalle coordinate (xi,yi) e dai
coefficienti di peso Hi di ciascun punto. Si
deve poi precisare che nelle incognite del problema compaiono pure alcuni
punti campione situati nelle bisettrici degli assi, le cui incognite si
limitano alla sola coordinata xi e al coefficiente di peso Hi,
in quanto yi coincide con xi. Il
coefficiente di peso Hi ha un significato non solo algebrico, ma
anche geometrico. Esso rappresenta infatti il volume sotteso dalla superficie
generata da un polinomio in (x, y), avente la proprietà di assumere un valore
unitario nel punto Pi e di annullarsi in tutti gli altri. Tale
polinomio è di grado uguale o anche inferiore a quello del polinomio di grado
massimo integrabile esattamente, ed è costituito da un insieme di termini di
grado sia pari che dispari, che riportano a zero il valore assunto dal
polinomio in tutti i punti base, tranne che in quello in cui deve essere
calcolato il valore della funzione integranda. Se
ora vogliamo quadrare una generica funzione in due variabili di cui sono noti
i valori assunti dalla medesima nei punti prestabiliti, il computo prevede
che dobbiamo sommare i prodotti Hi f(xi,yi)
valutati in ogni punto Pi. Questa
operazione equivale alla sostituzione della funzione integranda col polinomio
che assume nei punti base gli stessi valori della medesima, attribuendo così
all’integrale ignoto della funzione data, il corrispondente integrale del
polinomio che intercetta i medesimi valori della funzione nei punti campione. E’
chiaro che quanto più elevato sarà il numero di punti di riferimento, quanto
più il polinomio interpolante si confonderà con la funzione integranda anche
nel contorno dei medesimi punti, per cui col crescere del numero di punti
base, si incrementa pure la precisione della quadratura. La differenza fra il
valore dell’integrale esatto e di quello così calcolato viene chiamata resto,
e dipende dalle derivate parziali (n+1)-esime della funzione integranda
calcolate in un punto interno al dominio di definizione. Come
già precisato, il polinomio interpolante è a sua volta la somma dei polinomi
ottenuti moltiplicando per f(xi,yi) ciascuno dei
polinomi che assumono un valore nullo in tutti i punti, tranne che in Pi,
dove valgono 1. Questi nuovi polinomi ottenuti moltiplicando per f(xi,yi)
quelli generanti con la loro cubatura il coefficiente di peso Hi,
descrivono una superficie che ha la proprietà di intercettare nel punto Pi
lo stesso valore della funzione integranda, mentre interseca il piano (x, y)
in tutti gli altri punti base, dove assume un valore nullo. In questo modo,
con la sommatoria dei termini Hi f(xi,yi),
non si fa altro che calcolare il volume del polinomio che riproduce
esattamente nei punti prestabiliti tutti i valori assunti dalla funzione
integranda. La
quadratura diretta delle funzioni di due variabili non è altro che una
generalizzazione nel piano (x,y) del metodo di Gauss, in quanto affronta la
risoluzione di un sistema di equazioni non lineari in cui sia i coefficienti
di peso, sia le coordinate dei punti campione costituiscono le incognite del
problema. La
equazioni non lineari descritte dall’integrazione gaussiana vengono riprese
nella quadratura diretta, ampliando tuttavia sia la loro quantità, sia il
numero di incognite, che ora non si limitano più alle posizioni xi
dei punti base di una retta, ma anche alle coordinate yi dei punti del piano di cui devono essere
stabilite entrambe le coordinate (xi,yi ). Questo
comporta che a parità di grado, il numero di incognite e quindi di equazioni,
è superiore rispetto a quanto si presenti nella trattazione di una sola
variabile, anche se l’incremento non è così rapido come con l’utilizzo dei
polinomi di Legendre. Si
presenta inoltre una nuova complicazione che ha ritardato di molto la
soluzione del problema che altrimenti avrebbe potuto essere già risolto fin
dagli esordi del metodo degli elementi finiti. Essa riguarda la condizione
tassativa di accettare unicamente quelle soluzioni che riproducono unicamente
valori positivi dei coefficienti di peso Hi. Valori negativi sono
indice di una scelta infelice delle coordinate dei punti base e rendono
instabile la soluzione creando problemi nei programmi di calcolo. Nel
metodo di Gauss, i coefficienti di peso sono per loro natura tutti positivi,
e questo è reso implicito dalle proprietà intrinseche dei polinomi di
Legendre su cui si fonda la quadratura. Ne consegue che una volta impostate
le equazioni costitutive, qualunque sia il loro numero, i sistemi di
equazioni che ne derivano hanno sempre soluzioni positive che possono essere
calcolate mediante un’equazione algebrica associata di grado dipendente sia
dal numero di punti base situati nel semiasse positivo delle ascisse che
eventualmente da quello collocato nella loro origine. I
metodi dell’analisi numerica non hanno perciò difficoltà a risolvere il
sistema di equazioni ottenuto dalla quadratura di Gauss, perché il problema
viene trasformato nella risoluzione di un’equazione algebrica di una sola
variabile che restituisce tante soluzioni positive quante il numero di punti
campione prestabilito. Diverso
è il caso della risoluzione delle equazioni relative all’espansione di Taylor
di una funzione in due variabili. Queste equazioni non generano
automaticamente valori positivi dei coefficienti di peso e basta anche la
presenza di un solo Hi negativo per invalidare l’intera
quadratura. Questo problema si aggrava con l’aumento del grado del polinomio
interpolante e diventa di ardua difficoltà a partire dai polinomi di 12°
grado per funzioni di due variabili e già di 8° grado per polinomi in 3
variabili. La
causa di questo fatto è dovuta alle condizioni sempre più sottili che devono
essere rispettate, ma soprattutto individuate, richieste nella collocazione
dei punti base del I quadrante, allo scopo di originare in seguito sequenze
di risultati sempre positivi. Questi
punti interferiscono in tutte le equazioni risolutrici e sono presenti non
solo nell’integrazione dei termini x2my2n, ma anche
nella quadratura dei monomi del tipo x2p e y2q che si
incontrano nello sviluppo in serie di Taylor. Le
funzioni del piano governate da una sola variabile come x2p o y2q
sono delle superfici rigate, ottenute quindi da un insieme di infinite rette
parallele e perpendicolari ai piani coordinati, intersecanti la parabola di
grado corrispondente definita nel piano (x, z) o (y, z). Queste superfici
generano una cubatura nel piano (x, y), e il nostro interesse riguarda
l’integrale definito nel dominio di definizione compreso tra 0 e 1 degli assi
x e y. E’ chiaro che esse assumono in ogni punto del piano e degli assi dei
valori ben precisi che sono calcolabili e successivamente moltiplicabili per
i coefficienti di peso dei punti base. I punti campione collocati sugli assi
cartesiani ignorano i termini del tipo x2ny2p e quindi
non sono presenti nelle equazioni relative alla loro integrazione. I punti
situati sugli assi sono invece rilevanti unicamente nell’integrazione dei
termini del tipo x2p e y2q e sono necessari per la
quadratura di un polinomio in più variabili. Se
i punti Pi(xi yi) non sono collocati nel
numero e nella posizione più adeguata, saranno proprio i coefficienti H0i
dei punti situati sugli assi coordinati a decadere più facilmente in quei
valori negativi che invalidano l’intera soluzione, evidenziando così la criticità
delle scelte di base. Poiché il loro valore viene calcolato in modo
sequenziale solo dopo la risoluzione delle relazioni dipendenti unicamente
dai punti Pi(xi,yi), sono proprio quelle
contenenti solamente i termini x2my2n a determinare la
riuscita delle equazioni in cui compaiono anche i punti appartenenti agli
assi cartesiani. L’integrazione
delle funzioni di 3 variabili reali In
questo tipo di integrazione sono presenti nuovi termini del tipo x2my2nz2p
che non esistevano nei polinomi in due variabili e che ora richiedono
l’introduzione di nuovi punti campione nello spazio (x,y,z). Ancora una volta
il problema può essere semplificato ricorrendo a simmetrie che consentono di
isolare le equazioni nel diedro formato dai semipiani positivi delle
variabili x, y e z. Mentre
i problemi più sofisticati nel piano vengono risolti da coppie di punti con
coordinate simmetriche rispetto alla bisettrice del primo quadrante del tipo
PiA(xi,yi) e PiB(yi, xi),
nell’integrazione dei polinomi più complessi in 3 variabili, si deve
soddisfare una condizione di triplice simmetria con insiemi di punti del tipo
PiA(xi,yi,yi), PiB(yi,xi,yi)
e PiC(yi,yi,xi). Queste terne
sono in grado di integrare correttamente tutti i termini del tipo x2my2nz2p
quando sono associate ad altri punti base situati sulla diagonale che
congiunge l’origine degli assi col vertice di coordinate x, y e z pari a
(1,1,1). In questo modo il problema si riconduce all’integrazione dei
polinomi in 2 variabili, anche se ora il numero di punti da considerare è
notevolmente superiore, e le equazioni risolutrici dipenderanno da un più
elevato numero di incognite. Disporre di una terna di punti nello spazio
equivale a collocare 2 punti simmetrici rispetto alla bisettrice del piano
(x,y), oltre ad un terzo punto sulla medesima retta. La
quadratura prevede la contemporanea risoluzione delle equazioni generate dai
termini del tipo x2my2nz2p e delle relazioni
generate dalla proiezione nel piano (x,y) dei medesimi punti base nello
spazio (x,y,z). Pure nel problema spaziale devono infatti essere risolte le
equazioni in 2 variabili generate dai termini x2my2n, e
questa soluzione può essere ottenuta ricorrendo alle proiezioni sul piano
(x,y) sia delle terne PiA, PiB e PiC, che
dei punti situati sulla diagonale del cubo che pure vengono proiettati sulla
bisettrice del quadrato. La soluzione è resa possibile dall’aggiunta di un
certo numero di punti sulla medesima bisettrice del piano (x,y) che
consentono così di integrare esattamente anche i termini del tipo x2my2n.
Infine devono ancora una volta essere disposti altri punti sugli assi
coordinati, al fine di poter integrare le funzioni del tipo x2n, y2m,
e z2p. Anche
nello spazio la principale difficoltà consiste nel posizionare nel modo più
opportuno la terna di punti simmetrici rispetto ai tre piani cartesiani, il
cui scopo non è solo quello di consentire l’integrazione dei termini x2my2nz2p,
ma anche dei monomi x2my2n definiti nel piano (x,y). Solo una disposizione corretta sarà in
grado di produrre unicamente valori positivi dei coefficienti di peso e
quindi di rendere accettabile la soluzione. La
validità della configurazione scelta dipenderà dall’individuazione delle
sottili e non sempre evidenti condizioni che consentono di indurre una
cascata di valori tutti positivi dei coefficienti di peso Hi, sia
nei punti situati nel piano (x,y), che sugli assi coordinati. Per questo
motivo l’integrazione di un polinomio in 3 variabili è, a parità di grado,
più impegnativa della quadratura delle funzioni in 2 variabili, ma la maggior
ostilità dei calcoli viene compensata da un più generoso risparmio di punti
rispetto alle funzioni di 2 variabili. Conclusioni In
questo articolo sono stati presentati alcuni dei principi costitutivi del
nuovo metodo di integrazione che consente, a parità di precisione, un
risparmio di punti del 25% per funzioni di 2 variabili, del 50% per polinomi
di 3 variabili, e del 77% per funzioni di
variabili. Come
già anticipato, il procedimento qui presentato non è altro che una
generalizzazione del metodo che Gauss studiò per l’integrazione numerica delle
funzioni di variabile reale. Le equazioni risolutrici sono quindi simili a
quelle determinate dalla quadratura gaussiana, cui si aggiungono nuove
relazioni che comprendono termini misti del tipo x2my2n
per le funzioni di 2 variabili, mentre nei polinomi in 3 dimensioni sono
stati pure considerati i monomi della forma x2my2nz2p.
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